“I Remember You…” BILL HARDMAN “Politely” (Muse, 1981; LP)

Love Letters / Politely / Lazy Bird / Coral Keys / Smooch

Bill Hardman, tromba; Junior Cook, sax tenore; Walter Bishop Jr, pianoforte; Paul Brown, contrabbasso; Leroy Williams, batteria

Il nome di Bill Hardman, insieme a quello del suo abituale compagno Junior Cook, è saltato fuori spesso nel solito gioco di rimandi stilistici durante lo splendido concerto del quintetto di Mike LeDonne da Moroder, lo scorso 15 febbraio. Da qui il desiderio di rimettere sul piatto un disco significativo di quel gruppo, perché la verità del jazz plasmato nel dopo bop degli anni ’40 vive nelle imprese di uomini del genere, non soltanto in quelle dei fuoriclasse affermati. La front line di LeDonne era formata da giovani del tutto sconosciuti, ma già di elevato spessore e ben consapevoli di un linguaggio stratificato nel tempo. L’arte si coniuga sovente con l’artigianato, e se quasi sempre i modelli di riferimento sono i soliti classici (Parker, Coltrane, Rollins, Gordon e così via), è altrettanto tangibile il fatto che la ricerca della personalità passa attraverso l’ascolto di grandi “minori” (perdonate l’ossimoro…), che per mestiere e carriera hanno dato parecchio allo sviluppo e integrità della musica afro-americana.
È il caso, per l’appunto, di Bill Hardman, trombettista emblema del movimento hard-bop degli anni ’50, tanto da aver suonato a lungo nei Messengers di Art Blakey, e poi con Mingus, Coltrane, Stitt, Roach, McLean, insomma la crema dei jazzisti di allora. Eppure, il suo nome tendeva ad essere soffocato da altri più illustri (Miles, Kenny Dorham, Clifford Brown, Lee Morgan, Freddie Hubbard, Booker Little), magari anche a ragione. Bill mostrava un suono ruvido, fin troppo aspro, qualche incertezza tecnica, ma era padrone di uno swing roccioso ed esemplare che si faceva ascoltare volentieri. Difficile immaginare il progresso che un disco come “Politely” esplicita in maniera stupefacente. Fin dalle prime note di “Love Letters”, uno standard ben noto di Victor Young, Bill sfodera un attacco e una sonorità straordinari per pienezza, rotondità e impatto timbrico. Il tutto unito ad un fraseggio nell’improvvisazione di grande lucidità, lirico, suggestivo, di quelli che ti prendono alla gola e non ti lasciano un momento. Trattandosi di un disco di hard-bop, i due pezzi successivi, l’originale di Hardman e il classico di John Coltrane, non tradiscono le aspettative, infuocati il giusto, con i fiati costantemente impegnati a far uno meglio dell’altro. D’altronde Cook è della stessa pasta di Hardman, essendo praticamente coetaneo, e qui dimostra di aver assorbito benissimo i dettami espressivi di leader quali Horace Silver (al suo fianco nel quintetto il più poetico Blue Mitchell), Woody Shaw, Cedar Walton e tanti altri. Grazie ad una sonorità tagliente, che non concede nulla all’ascoltatore, e ad un fraseggio lungo che trova conforto nei tempi veloci, il sassofonista dimostra legami con Wardell Gray, Dexter Gordon e il Coltrane degli inizi senza timore di apparire derivativo, offrendo in realtà ampi spazi di manovra del tutto peculiari. “Coral Keys”, scritta dal pianista Walter Bishop Jr., rivela qualità di bellezza insospettabili rispetto a versioni “funky” apparse nei dischi dell’autore e di Freddie Hubbard. Qui il tema è esposto in tutta la sua purezza acustica, in un clima alla Horace Silver intriso di blues e venature appassionanti, perfette come anteprima a “Smooch”, ballad legata a Miles Davis, che la suonò una sola volta nell’album “Blue Haze” del 1953 per la Prestige, con Charles Mingus al pianoforte, Percy Heath e Max Roach. Se Miles optò per la tromba aperta, qui Hardman ha scelto la sordina, con il risultato di fornire un’esibizione in quartetto che oserei giudicare definitiva.
Il quintetto di Bill Hardman e Junior Cook si esibì ad Ancona Jazz nel 1986, nel mitico teatro Sperimentale. Ricordo quel concerto come esempio perfetto di hard-bop, forse un po’ meccanico e prevedibile, senza particolari sussulti. “Politely” si colloca su ben altri livelli, anche grazie ad una ritmica di comprovato valore (Paul Brown, con due assolo all’archetto degni di Paul Chambers, è una scoperta…), tanto da far affermare a James Isaacs, estensore delle note, che Bill Hardman non aveva mai suonato meglio su disco di così.
Gli do ragione, per cui non tentennate di fronte a cifre alte nel mercato dell’usato – i vinili della Muse sono particolarmente ricercati – perché ne vale troppo la pena.

Massimo Tarabelli

P.S.: a ulteriore prova di quanto Hardman e Cook fossero legati non solo musicalmente, la morte li colse a poca distanza l’uno dall’altro: il primo nel 1990 e il secondo nel 1992 (non avevano ancora compiuto sessant’anni)

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