Hill Country Suite: Bringin’ In The Sheep – Old Jack Daniels – Halleluja! Y’Uns All Come To The Weddin’ Dance / Only Blue / Lady Love / The Gospel Truth
Bobby Jones, sax tenore, clarinetto; George Mraz, contrabbasso; Freddie Waits, batteria
Se non fosse stato per Charles Mingus, il quale lo ingaggiò a cavallo degli anni ’70, di Bobby Jones si sarebbe smarrita qualsiasi traccia. Fu un sassofonista, e clarinettista, provetto, in realtà, tanto da figurare in orchestre famose come quelle di Ray McKinley e Woody Herman, ma di ben scarsa produzione discografica, appena tre titoli da leader (di cui un introvabile FDB Records senza numero di catalogo con un quintetto accanto a Dusko Gojkovic), e un brano live al North Sea Jazz Festival del 1972, oltre a quelli con Mingus tra il 1970 e il 1972 (dal vivo al Ronnie Scott, in un gruppo comprendente Jon Faddis e Charles McPherson) e poco di più. Questo “Hill Country Suite” è il suo ultimo lavoro, poi i guai fisici lo costringeranno ad abbandonare gli strumenti a fiato, fino alla scomparsa nel 1980. Qui possiamo ascoltare un sassofonista e clarinettista, nonché compositore, al massimo della maturità e della consapevolezza espressiva. Basate su uno sfondo legato al gospel, Jones innerva le trame armoniche e ritmiche con un profondo senso jazzistico, riuscendo a creare un corpo unico con la ritmica, a cui non fa per nulla difetto l’assenza di uno strumento armonico. Nel suo stile convivevano attenzione massima per l’aspetto melodico dell’improvvisazione e apertura verso quelle derivazioni “free” che Mingus accettava ben volentieri. Se ne accorse anche il nostro bassista Giorgio Buratti, che lo invitò in pratica con tutto il complesso di Mingus per il suo disco “A Smooth Day” del 1970, molto (forse troppo…) orientato sul “free”, come i tempi turbolenti di allora chiedevano.
Ma “Hill Country Suite” è su ben altro registro, intenso ed originale, con un interesse crescente traccia dopo traccia. Jones dà il meglio nella suite che occupa tutta la prima facciata, in particolare nel rovente “Old Jack Daniels” affrontato al clarinetto, a cui riesce a dare una voce personale, quindi riconoscibile, e nella ballad “Lady Love”, con echi fortemente legati alle atmosfere di Billy Strayhorn. È un jazz vitalissimo, coinvolgente e per nulla stancante per chi ascolta. La ritmica, infine, è semplicemente magistrale. Se Mraz conferma una volta di più la sua classe nella cavata e nel saper tenere un tempo straordinario, Waits accentua doti inesplorate di classe ed eleganza, con spazzole e bacchette al servizio di dinamiche mai invadenti, del tutto comprensive della qualità alta delle composizioni.
Alla fine, resta il rimpianto per quello che Bobby Jones avrebbe potuto donarci in futuro. Il retro di copertina non riporta alcuna nota di commento, soltanto lo spartito di “The Gospel Truth”, a sottolineare come il disco rientri in quella categoria che merita solo di essere studiata dai musicisti ed ascoltata attentamente dagli appassionati, senza altre interferenze affinché ognuno riesca a trarne le proprie suggestioni.
Per questo la chiudo qui anch’io, spero solo che riusciate a trovarlo.
Massimo Tarabelli