I Remember You… BOBBY SHORT “My Personal Property” – Atlantic (1963; LP)

The Best Is Yet To Come / Witchcraft / I’ve Got Your Number / It Amazes Me / Its / On The Other Side of The Tracks / My Personal Property / Hey Look Me Over / I Walk A Little Faster / Here’s Hoping / You Fascinate Me So / The Rules of The Road

Bobby Short, pianoforte, voce, arrangiamenti; Beverly Peer, contrabbasso; Dick Sheridan batteria; Valdo Ramirez, Willie Rodriguez, percussioni; Gene Gammage, batteria in “My Personal Property”

Sì, ha proprio ragione Will Friedwald quando afferma, nel suo ponderoso volume “A Biographical Guide to the Great Jazz and Pop Singers”, che il primo nome che salta in mente, nel campo del “cabaret”, è quello di Bobby Short. Non solo per ragioni meramente storiche, prima del suo avvento di fatto un modo di cantare in modo simile non esisteva, ma soprattutto perché il trascorrere del tempo non ne aveva minimante inficiato le qualità, anzi amplificandole fino a renderle un punto di riferimento assoluto. Lo ricordiamo sempre così: elegante smoking, leader di un trio compatto come granito, aderenza a repertori preziosi ed importanti, spesso misconosciuti perfino a un orecchio esperto. Lo immortalò anche uno dei suoi fan più famosi, il grande Woody Allen nel film “Hanna e le sue sorelle”, nella scena in cui portò a sentirlo al Café Carlyle una scocciatissima ed annoiata Dianne Wiest a cui rivolse, al termine, la battuta “cult”: “Tu non meriti Cole Porter”.
Bobby era di casa al Carlyle, quando si trovava a New York, e vi rimase per ben trentacinque anni, in pratica fino alla morte (2005). Il suo pubblico era selezionato, colto; se vi foste trovati lì una sera, non sarebbe stato difficile incontrare Tony Bennett o Jack Lemmon, uno dei suoi ammiratori e amici più devoti. Il segreto risiedeva in uno stile del tutto originale, in perfetto bilanciamento tra valorizzazione del testo e della melodia che passava attraverso una profonda dinamica della voce, in cui il cantato-parlato (affine ad un’altra strepitosa interprete a lui molto vicina, Mabel Mercer) si alternava ad una pronuncia flessibile, con le sillabe opportunamente allungate o accorciate e il finale a squarciagola, con un timbro accostabile – almeno a me lo ha ricordato – a quell’animale da palcoscenico che fu Sammy Davis Jr. E il suo pianismo, pur meno interessante, meritava un ascolto attento, se non altro per quelle invenzioni armoniche dal sapore molto Erroll Garner.
Parlando dei repertori, Short amava i massimi autori del “Great American Songbook”, ovviamente, che onorò in splendidi album per la Atlantic negli anni ’60, ma anche tematiche più vaste, dedicate agli anni ’20, alle liriche di Andy Razaf (paroliere di Fats Waller, tra gli altri), alla città di New York (dal vivo al Carlyle, per l’etichetta Telarc, a cui si unì lungo gli anni ’90): tesori da (ri)scoprire! I più scafati, tra coloro che stanno leggendo, si saranno anche accorti che “My personal Property” comprende tutti brani scritti da Cy Coleman con testi di Carolyn Leigh, soprattutto, e Dorothy Fields. Anche Coleman fu pianista e cantante, ma la sua fama è legata in particolare ad un talento notevole di compositore, che gli ha permesso di scrivere per cinema e teatro (musical, essenzialmente) temi affascinanti e intriganti, di quelli che si apprezzano sempre più con il passare degli anni. Non così famoso come i vari Gershwin, Porter, Kern, Berlin e Rodgers, in realtà sono moltissimi i jazzisti, cantanti in primo luogo, che hanno puntato su qualche suo song, se non, addirittura, dedicandogli un intero album. Non si può evitare di menzionare almeno Frank Sinatra con “Witchcraft” o Tony Bennett con “The Best Is Yet To Come”, diventati ormai dei classici, e tuttavia sarebbe utile indagare anche altrove, a cominciare da Mark Murphy, e poi Blossom Dearie, Jackie & Roy, Chris Connor, Ella, Sarah, Judy Garland, Peggy Lee, Nancy Wilson, Carmen McRae, Rosemary Clooney, Shirley Horn, fino alle più recenti Stacey Kent e Claire Martin (meraviglioso CD in duo con Richard Rodney Bennett).  E di sicuro ho mancato di citare tanti altri, solo per darvi un’idea di quanto siano sofisticati e pieni di perenne freschezza questi brani. Devo, a questo punto, anche ricordarvi la presenza nel festival estivo di Janis Siegel in duo con il pianista Yaron Gershovsky (in esclusiva italiana, il 22 luglio presso la terrazza di Moroder) che presenterà il suo ultimo lavoro discografico dedicato proprio a Cy Coleman, il che rende la serata qualcosa di irrinunciabile!
Tornando a Bobby Short, i cabaret singers non possono limitarsi a proporre soltanto temi noti ma è loro prerogativa scavare più a fondo nella produzione degli autori, proporre canzoni scarsamente o mai eseguite, e qui ne possiamo ascoltare alcune, “Its” per esempio, oppure “Here’s Hoping”. Bobby le fa proprie con straripante personalità e mestiere, nel senso più nobile del termine. Tutto l’album è da godere anche in virtù di arrangiamenti impensabili, come l’utilizzo esaustivo delle percussioni, e in almeno un paio di titoli, “I’ve Got Your Number” e “You Fascinate Me So” il cantante dà il meglio delle sue potenzialità.
Qui non si tratta di stilare classifiche, alquanto sterili per quanto mi riguarda, ogni vocalist ha un proprio stile e non è confrontabile con altri. Certo è che, ora devo di nuovo citare Friedwald, quando Bobby Short era in piena forma (come in questo caso), il songbook non ha mai suonato meglio.
Anche perché, aggiungo io, Bobby fu un grande artista, innanzitutto, e poi un eccellente jazzman, nonostante avesse optato per uno specifico ambito espressivo che ha sempre escluso il blues (e dire che ne aveva di swing da vendere).

Massimo Tarabelli

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