“I Remember You…” BUD FREEMAN “Bud Freeman Esq.” (Fontana 1966; LP)

Sweet Sue / Way Down Yonder In New Orleans / Indian Summer / Higgins Said No! / Mean To Me / Tea For Two / You Took Advantage Of Me / Dinah / The Eel / Sunday / I Could Write A Book / I Got Rhythm

Bud Freeman, sax tenore; Dick Katz, pianoforte; Spike Heatley, contrabbasso; Tony Crombie, batteria

Così ricordava Bud Freeman il suo amico e collega Jimmy McPartland, cornettista esponente della scuola bianca di Chicago, facente capo all’Austin School Jazz Gang: “L’unico fra noi che non sapeva proprio nulla di musica era Bud Freeman, e di conseguenza fu il più lento a entrare nei meccanismi. Quelle prime settimane di prove, Bud fu un disastro, tanto che Teschemaker era disgustato e mi diceva – Basta, sbattiamo fuori quell’inetto – e io rispondevo – No, no, aspettiamo. Sta suonando, e alla fine ne verrà fuori. C’era una cosa che avevo riconosciuto in Bud, aveva un senso della battuta eccezionale. E ancora ce l’ha. All’inizio lavorava solo sul ritmo, costruendoci sopra nota dopo nota. Non cambiava l’armonia né improvvisava, ma il suo senso dello swing era, ed è, terrificante”. Direi che ci siamo, la fotografia è perfetta (“Hear Me Talkin’ To Ya”, ed. italiana, p. 92). Bud Freeman, aggiungo io, non seppe soltanto far emergere il sax tenore – all’inizio si era cimentato con quello in Do, caro a Frankie Trumbauer – dal clima polifonico tipico egli anni ’20, ma impose in maniera fortissima uno stile, un approccio, un suono che risultarono modelli di riferimento, accanto ovviamente al titanico Coleman Hawkins. E, diversamente dai suoi partner di allora, che rimasero ancorati all’hot jazz per tutta la carriera (Pee Wee Russell escluso, come la storia ben ha documentato), ebbe lo sguardo lungo di adattarsi ad atmosfere più “moderne” e consone alla sua sensibilità, appartenenti ad un mainstream swing di esaltante solismo e combinazioni strumentali. Dalle formazioni orchestrali degli anni ’30, compresa la sua rinomata  “Summa Cum Laude”, al più classico combo, inclusi trii senza contrabbasso e, perfino, un disco accompagnato soltanto da due chitarristi (“Something Tender” del 1963, con Carl Kress e George Barnes), Bud ha attraversato decenni di accadimenti nel linguaggio jazzistico uscendone sempre con un’immagine di perenne fedeltà a connotati di freschezza espositiva, grazia e intelligenza, basati su un approccio che travalicava il presente per un messaggio senza tempo, fondato su valori imprescindibili.
La sua produzione discografica, va da sé, è vastissima, visto il lungo periodo di attività (è scomparso nel 1991, a 84 anni). Di conseguenza, sono molteplici i dischi di grande qualità e piacevolezza. Alla fine, ho scelto questo titolo su Fontana perché testimonia l’amore che il sassofonista ha sempre nutrito verso l’Europa, e l’Inghilterra in particolare. Fin dagli anni ’60, Bud è stato protagonista di numerose tournee nel vecchio continente, Italia compresa, ed ha registrato parecchio da ottimo free-lance con musicisti del luogo affini al suo panorama stilistico. Sempre elegante nel vestire e nel portamento, gentilissimo e affabile, il sassofonista non poteva che riflettere nello strumento tali caratteristiche. Suono morbido e soffiato, un vibrato presente in modo costante ma per nulla invadente, un fraseggio corto e tuttavia animato da una implacabile continuità, idee a profusione manco a dirlo. La seduta di “Esq.”, dicono le cronache, si è svolta a Londra dalle 10,30 del mattino fino a prima delle 5,00 del pomeriggio, ora del graditissimo tè con il latte. Tutti i brani in una sola “take”, a testimonianza della maestria dei musicisti coinvolti, a loro perfetto agio in un repertorio battuto tante volte in passato. Dick Katz non suonava il piano da anni, in pratica aveva cambiato mestiere dedicandosi al management di un’agenzia artistica, e qui ritrova slancio, fantasia ed entusiasmo degni di un bambino che assaggia il gelato per la prima volta. Sui ritmi inglesi poco da dire se non che si trattava di esponenti del massimo livello, soprattutto il batterista Tony Crombie, già padrone di un curriculum enorme tra collaborazioni e leader, da inserire sicuramente nel gruppo dei grandi della sua generazione, vicino a Phil Seaman, Allan Ganley e Kenny Clare.
La scaletta del disco è piena di standard, colti nei loro tempi ideali, e Bud Freeman non smentisce il formidabile swing nei veloci e la delicatezza poetica, tutta sua, nelle ballad, in particolare “Indian Summer” sfiora il capolavoro per intensità e profondità emotiva. Di notevole interesse anche la presenza di “The Eel”, tema composto dal sassofonista nei primi anni ’30, e che può essere considerato il suo marchio di fabbrica per la modernità delle concezioni armoniche che sottende.
Piuttosto, sarebbe utile conoscere l’effetto che questo disco suscitò nella fantasmagorica scena musicale inglese degli anni ’60. Nel 1966 uscirono “Revolver” dei Beatles e “Aftermath” dei Rolling Stones, due album tra i più famosi della loro storia e punta di diamante di una realtà pop-rock da paura, dominante in tutto il mondo. Il jazz non poteva che far capolino timidamente in quella dimensione, ma aveva idee, molti dei suoi esponenti principali erano vivi e vegeti, Miles, Coltrane, Rollins e Mingus incidevano album importanti. E sì, c’era spazio anche per Bud Freeman e la sua musica che nulla concedeva alle mode. Come tale, resterà per sempre.

Massimo Tarabelli

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