“I Remember You…” CANNONBALL ADDERLEY “Quintet Plus” – Riverside (1961; LP)

Arriving Soon / Well, You Needn’t / New Delhi / Winetone / Star Eyes / Lisa
 
Nat Adderley, cornetta; Julian “Cannonball” Adderley, sax alto; Victor Feldman, pianoforte, vibrafono; Sam Jones, contrabbasso; Louis Hayes, batteria; Wynton Kelly, pianoforte
 
Ho sempre vivo il ricordo del concerto di Cannonball Adderley al festival del jazz di Bologna, nel 1972. Era, a quei tempi, considerato per ciò che meritava, vale a dire uno dei più grandi. E non si smentì: il quintetto, sempre accanto al fratello Nat, prevedeva George Duke al piano, Walter Booker al contrabbasso e Roy McCurdy alla batteria, e fece un figurone, infiammando la platea con il suo tipico stile, basato sulle radici più profonde del linguaggio afro-americano, il soul innanzitutto, e poi il gospel e il blues. In un momento storico il cui il jazz guardava verso direzioni diverse, mescolandosi con il rock o adottando soluzioni più europee e cameristiche a discapito dello swing, Cannonball ci ricordava l’immortalità di una cultura, la perenne freschezza di elementi basilari da cui nessun vero jazzista può o dovrebbe allontanarsi. La sua fama si era ingigantita grazie a temi “funky” quali “This Here”, “Work Song”, “Jive Samba” e “Mercy, Mercy, Mercy”, ma nel più ristretto ambito jazzistico aveva imposto una figura originale, di straripante impatto sonoro e di abbagliante virtuosismo strumentale. Mai fine a sé stesso, però, perché Cannonball mirava sempre all’impatto melodico delle sue torrenziali improvvisazioni, senza scadere nell’effettismo. Il suo fraseggio teneva ben conto della triade del sax alto, cioè Johnny Hodges, Benny Carter e Charlie Parker, e tuttavia era riuscito a lasciare un’impronta peculiare, riconoscibile dopo poche note.
“Quintet Plus” (si riferisce ovviamente alla presenza di Wynton Kelly quando Feldman passa al vibrafono) è un disco semplicemente magnifico, in cui tutto il gruppo è coinvolto in un repertorio che privilegia soprattutto lo swing, sempre e dovunque, ballad comprese. Già l’apertura di “Arriving Soon”, un originale di Eddie “Cleanhead” Vinson, fa capire l’atmosfera generale: temi accattivanti, strutture armoniche ideali per gli assoli, e tanta anima. Oltre ai due standard, il programma è completato da un tema di Wynton Kelly e due di Victor Feldman, che conferma la statura di fuoriclasse in entrambi gli strumenti (per me, eccezionale al vibrafono). Non da ultimi, anche gli apporti del fratello Nat, sempre appassionante alla cornetta (e protagonista di un concerto al calor bianco allo Sperimentale nel 1992), di Sam Jones e Louis Hayes sono a cinque stelle, in linea con una classe inossidabile nel tempo. Tra i tanti dischi che il sassofonista ha firmato in carriera, questo è uno di quelli che apprezzo di più, e la copia mono rimanda un suono di inusitato calore e ammaliante profondità, aspetti che il digitale non potrà mai evidenziare.
Cannonball ci ha lasciati nel 1975, a quarantasette anni, nella piena maturità. Alle sue spalle vivrà per sempre una discografia vasta ed importante, non soltanto da leader, avendo suonato accanto a personaggi quali Miles Davis (chi non ha “Kind of Blue” in discoteca?), John Coltrane, Bill Evans, Sarah Vaughan, Gil Evans, Kenny Dorham, Jimmy Heath, Nancy Wilson, Gene Ammons, Joe Williams e molti altri.  Da allora, nessuno ne ha mai uguagliato la presenza scenica, quelle introduzioni “live” di contagiosa simpatia, il potere comunicativo verso il pubblico, l’eccezionale tecnica sullo strumento.
Il mio timore è che anche nel futuro prossimo sarà difficile che emerga una figura in grado di prenderne il testimone, certi valori sembra che siano accantonati, ma la scena musicale mondiale appare piuttosto vivace, per cui sperare è lecito.

Massimo Tarabelli

Condividi sui social

Post a comment

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
event

Articoli Recenti