I Remember you… GENE AMMONS “Boss Soul!” – Prestige (1961; LP)

Soft Summer Breeze / Don’t Go to Strangers / Song of the Island / Travelin’ / Carbow / I’m Afraid the Masquera Is Over / I’m Beginning to See the Light

Gene Ammons, sax tenore; Patti Bown, pianoforte (primi quattro titoli), Walter Bishop Jr., pianoforte (titoli rimanenti); George Duvivier, contrabbasso (primi quattro titoli), Art Davis, contrabbasso (titoli rimanenti); Art Taylor, batteria; Ray Barretto, conga

D’accordo, il mercato del disco non esiste praticamente più, ma nondimeno spesso mi domando quante persone entrino nei ben pochi negozi rimasti, o interroghino la rete, e chiedano dischi di Gene Ammons, tanto per fare un nome. Vogliamo dire nessuno? Siamo ottimisti, almeno uno ci sarà… Per quanto riguarda “Boss Soul”, direi che si tratta di un titolo emblematico della vitalità estrema che il jazz viveva in quegli anni. Allora c’era spazio per tutti, dal dixieland all’avanguardia, gran parte dei musicisti importanti era ancora in vita, teatri e club erano gremiti. Gene Ammons, figlio d’arte essendo il padre Albert uno dei massimi esponenti del piano boogie-woogie e stride (accanto a nomi quali Pete Johnson e Meade Lux Lewis), si tende a dimenticare quando si elencano i migliori tenoristi della storia, ma in realtà, almeno a mio giudizio, fu proprio uno dei grandi, non un innovatore certamente, ma depositario di uno stile personale, legato ad una sonorità di straordinario spessore ed eleganza, calda e ariosa, immediatamente riconoscibile. E questo, nel jazz, è di fondamentale importanza. La sua carriera comincia ben presto, già a diciannove anni lo troviamo nelle fila dell’orchestra di Billy Eckstine (1944-47), dove incontra Charlie Parker, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie e Art Blakey. In seguito, sostituisce Stan Getz nel secondo gregge di Woody Herman e forma un quintetto con l’altista Sonny Stitt. Dal 1954 al 1974 (anno della sua dipartita) inciderà moltissimo per la Prestige, al fianco di Jackie McLean, Art Farmer, John Coltrane, oltre ai già citati Stitt e Gordon, e una serie di organisti, come prassi voleva a quei tempi, come “Brother” Jack McDuff, Richard “Groove” Holmes e Don Patterson, per citarne alcuni.
“Boss Soul” fotografa alla perfezione l’orizzonte estetico di Ammons (insieme con un altro disco eccellente, “Boss Tenor”, inciso l’anno prima), che è quello basilare del jazz senza tempo, sintetizzato felicemente da Gianni Basso nelle tre “B”: blues, ballad e bop. Forte di una scioltezza ammirevole nell’improvvisazione, il sassofonista scivola dall’esposizione al momento solistico con una disinvoltura e felicità espositiva che trova ben pochi riscontri se non nei fuoriclasse. Con lui, e grazie a lui, la sezione ritmica dà una prova di compattezza e, nello stesso tempo, di elasticità formale, che contribuisce non poco ad un risultato di totale godibilità. A tale scopo voglio sottolineare la prova del solito, superlativo, Ray Barretto alle congas, il cui strumento puntella e arricchisce in modo magistrale ogni brano, fornendo la giusta dose di swing e colore. Purtroppo, chi tiene in mano l’organizzazione di tour e festival, giudica da tempo antieconomica la presenza di un percussionista all’interno di un gruppo, per cui di congheri, a meno che non si tratti di una formazione latina, non se ne parla più, ed è un peccato, a mio giudizio.
Qui c’è tanta verità, amici, quella che ti fa battere il piede con un sorriso. Non è più di moda, lo so, ma io continuo a farlo: perdonatemi!

Massimo Tarabelli

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