As You Like It / Take Aim / Land of Peace / Reflections / Blue Nellie / You’re My Thrill
Harold Land, sax tenore; Martin Banks, tromba; Amos Trice, pianoforte; Clarence Jones, contrabbasso;
Leon Pettis, batteria
Il mio primo ricordo di Harold Land è da spettatore, quando lo ascoltai nel quintetto di Bobby Hutcherson al festival di Pescara nel 1971. In seguito, da organizzatore, ebbi modo di conoscerlo più da vicino nelle due apparizioni allo Sperimentale con i Timeless All Stars, anni 1982 e 1983. Si trattava di un supergruppo, come il titolo giustamente declamava, completato dal trombonista Curtis Fuller, ancora Hutcherson, e da ritmiche fantastiche con Cedar Walton, Buster Williams, Billy Higgins la prima volta, e con George Cables, Herbie Lewis e Louis Hayes la seconda. Suscitò subito in me una sensazione di profondo rispetto, tanto mi apparve serio, concentrato e consapevole del valore della musica che i sei avrebbero eseguito. Atteggiamenti, in definitiva, che trasparivano puntuali dai suoi dischi, sia da leader, sia dai tanti che lo vedevano come musicista da seduta.
Nato a Houston, Texas, nel 1928, ma cresciuto in California, San Diego per la precisione, Harold studia il tenore dopo aver ascoltato Coleman Hawkins (il suo “Boy and Soul” del 1939 lo segnerà in modo decisivo), e in seguito Lucky Thompson e Charlie Parker, di cui ammira la fluidità nell’improvvisazione, l’audacia armonica e la capacità d’innovazione del linguaggio. Quando entra in sala per registrare “Take Aim” ha già alle spalle una folta carriera, culminata nell’esperienza che lo porterà per sempre nella storia del jazz, cioè l’ingresso nel quintetto di Clifford Brown e Max Roach, dove sarebbe rimasto per un paio di anni prima di essere sostituito da Sonny Rollins. Ma le collaborazioni, lungo tutti gli anni ’50, furono molteplici e di prim’ordine, tanto da scolpire in modo permanente il suo stile e il suo orizzonte stilistico. In sostanza, nulla è più lontano da lui delle atmosfere rilassate, morbide e suadenti, del jazz targato “west coast”. Harold in realtà picchia duro, non lascia spazio a languide melodie o approcci commerciali, il suo fraseggio è, per l’appunto, soltanto “suo”, nervoso e complesso, appoggiato su una sonorità altrettanto corta, priva di quelle suggestioni in grado di affascinare d’impatto l’ascoltatore. Forse sono queste le ragioni per cui la Blue Note scelse di non pubblicare subito il disco, prodotto per l’occasione dal critico e musicista Leonard Feather, il quale curerà le note di copertina nella successiva edizione, ben vent’anni dopo. In assenza di almeno un brano di soul-jazz, tipico dell’etichetta, che faceva da traino per le vendite, qui il repertorio è formato da originali con un solo standard a chiusura (“Reflections” non è il tema di Thelonious Monk), tutti impostati su strutture di matrice bop piuttosto impervie per un orecchio poco allenato. Si tratta di jazz adulto e maturo, da ascoltare con attenzione, anche perché i musicisti che accompagnano il sassofonista sono giovani a quel tempo ben poco noti, ma naturalmente agguerriti. Martin Banks aveva già registrato con Dexter Gordon, e in seguito dimostrerà apertura mentale notevole, tanto da suonare nelle orchestre di Gerald Wilson e Ray Charles, e addirittura nei complessi di Archie Shepp (”The Magic of Ju-Ju”, per la Impulse, 1967); Amos Trice è ottimo pianista di chiara derivazione boppistica, basta ascoltarlo nei dischi con Charlie Parker, Sonny Stitt e Teddy Edwards; Jones, di cui è ammirabile la devozione verso Jimmy Blanton, Oscar Pettiford e Paul Chambers per l’uso frequente dell’archetto negli assolo, e Pettis, reduce da esperienze con Carmell Jones e Red Mitchell, garantiscono al massimo la solidità che questo jazz impone.
Harold Land inciderà ancora moltissimo in seguito, più da sideman che da leader, accanto a nomi prestigiosi come Wes Montgomery, Thelonious Monk, Bobby Hutcherson, Blue Mitchell, Bill Evans, Shorty Rogers, Red Mitchell, dando sempre di sé un’immagine di totale adesione a tutto lo spettro del jazz, dal classico all’avanguardia, partendo tuttavia sempre da un atteggiamento “bluesy” dell’attacco e da un senso della frase melodica ad ampio respiro, dote che gli permette un pensiero lungo ed estremamente logico anche nei momenti più ardui dell’improvvisazione.
“Take Aim” è un’opera forse tra le meno note del sassofonista, ma nello stesso tempo rimanda un’immagine quanto mai nitida della sua personalità, tra le più importanti del jazz moderno. Nelle sue note, Feather ad un certo punto scrive che, riascoltato nel 1980, questo disco impressiona per come sia riuscito a superare la sfida del tempo e sembrare di nuovo attuale. A mio avviso, lo è ancora oggi, dopo altri quarantacinque anni.
Massimo Tarabelli