I Remember You… LAMBERT, HENDRICKS & ROSS “Sing a Song of Basie” – ABC-Paramount (1957)

Everyday / It’s Sand, Man! / Two For The Blues / One O’Clock Jump / Little Pony / Down For Double / Fiesta In Blue / Down For The Count / Blues Backstage / Avenue C

Dave Lambert, Jon Hendricks, Annie Ross, voci; the Basic Rhythm Section: Nat Pierce, pianoforte; Freddie Green, chitarra; Eddie Jones, contrabbasso; Sonny Payne, batteria

Il disco che vi presento questa volta non è uno di quelli nascosti, di secondo piano, sottovalutati quando non ignorati, come spesso mi capita: tutt’altro! Infatti, si tratta di un capolavoro, da possedere senza indugi se si vuole una discoteca rappresentativa dell’intero movimento jazzistico. Il fatto è che non lo ascoltavo da tanti anni, quando improvvisamente mi è tornata la voglia di rimetterlo sul piatto nella speranza di risvegliare quella sensazione di meraviglia della prima volta. Detto fatto, in realtà più le tracce avanzavano e più rimanevo avvinto, quasi incredulo che nel 1957 si fosse potuto immaginare un’impresa del genere, anche dal punto di vista strettamente tecnologico. Qui, in pratica, assistiamo all’apoteosi del genere “vocalese”, uno stile legato al bebop che prevede l’utilizzo di un testo sopra un particolare assolo, replicato nota dopo nota.
King Pleasure, Eddie Jefferson, Bob Dorough, la stessa Annie Ross con la sua strepitosa versione di “Twisted”, tema che aveva reso famoso il grande sassofonista Wardell Gray, avevano già infiammato la scena con le loro riproposizioni di soli di Charlie Parker, James Moody, Lester Young e così via. Quando Dave Lambert e Jon Hendricks chiamarono Annie Ross avevano già in testa un progetto nuovo e diverso, applicare cioè la tecnica del vocalese non più o soltanto alla fase solistica ma ad un’intera orchestra, sezione per sezione. Hendricks era un mago delle parole, con sapienza certosina e artigianale riusciva a plasmare le sillabe giuste adattandole a qualsiasi contorsionismo sonoro. Ed ecco spuntare il modello di riferimento, che non poteva che essere il concentrato di swing per antonomasia, la big band di Count Basie. Il repertorio del disco coglie a piene mani dai classici di Basie fino a quel momento storico, in cui peraltro l’orchestra stava vivendo un periodo fulgido (“The Atomic Basie”, tanto per capirci), e ne restituisce l’attacco dei riff, la dinamica stessa tipica di una formazione allargata. Giustamente il retro di copertina riporta tutti i testi riferiti ad ogni sezione e ad ogni intervento solistico (Frank Foster e Frank Wess, Wardell Gray, Buck Clayton, Joe Newman, Basie ecc.), riuscendo in tal modo a far apprezzare ancor di più gli intrecci delle voci, resi perfetti da una altrettanto mirabile tecnica di sovraincisione (non nuova, a dir la verità; già nel 1941 Sidney Bechet diventa “one man band” suonando tutti gli strumenti in “The Sheik of Araby”). Al resto pensa la “Basic Rhythm Section”, come opportunamente descrive il titolo. Ai granitici Freddie Green, Eddie Jones e Sonny Payne si aggiunge l’alter ego di Basie, Nat Pierce (c’era lui, ovviamente, nell’omaggio a Basie al Teatro Sperimentale nel 1987), per un risultato finale di estrema gradevolezza e accentuata espressività.
D’accordo, Lambert era un tipo simpatico, stravagante e stralunato (morì travolto mentre stava cambiando una ruota alla sua auto), Hendricks riusciva a adattarsi a qualsiasi contesto stilistico (“Salud! Joao Gilberto”, per la Reprise nel 1961), ma la mia preferenza e ammirazione andavano soprattutto ad Annie Ross, non soltanto per la sua bellezza (vedi copertina) ma soprattutto perché aveva più swing di tutti, detto in parole povere. E poi mi piace ricordarla (ci ha lasciato pochi anni fa, nel 2020) anche come attrice, in particolare nel capolavoro di Robert Altman “America Oggi”.
LHR fu un trio straordinario che ebbe diversi eredi, a partire dagli europei “Double Six” di Mimi Perrin, i quali incisero pochi dischi, ma di gran pregio, come quello rivolto a Quincy Jones oppure l’altro realizzato con Dizzy Gillespie, per finire con i contemporanei Manhattan Transfer e New York Voices.
Tutti i titoli successivi a questo “Sing a Song of Basie”, pur ottimi, non arrivarono a tale livello, per cui vi consiglio vivamente di cercarlo, se non in questa prima edizione, ormai rara, per la ABC-Paramount, almeno nella ristampa successiva per la Impulse.
Del resto, dopo la fine del mercato della musica riprodotta, e conseguente estinzione dei produttori illuminati, un disco del genere, ancora insuperato, appare del tutto insuperabile.

Massimo Tarabelli

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