Dippermouth Blues / When Your Hair Has Turned To Silver /My Josephine / You Broke Your Promise / Yearning / Indian Love Call / Shanty In Old Shanty Town / When I Grow Too Old To Dream
Louis Nelson, trombone; George Lewis, clarinetto; Joe Robichaux, pianoforte; Emanuel Sayles, banjo
Il recente e trionfale concerto di Lino Patruno, presso la terrazza di Moroder, mi spinge verso alcune considerazioni sulla bontà del jazz tradizionale e su che cosa significhi nella scena attuale del jazz contemporaneo. E’ vero, l’occasione ci ha permesso di apprezzare al massimo musicisti già noti (penso alla pianista Cinzia Gizzi, al batterista Carlo Battisti, allo stesso incredibile Patruno impegnato con il banjo), di scoprirne alcuni per me nuovi , come l’eccellente cornettista Gianluca Galvani e il contrabbassista Christian Antinozzi (il quale ha rispolverato addirittura la vecchia tecnica dello “slap” introdotta da George “Pops” Foster nei primi del ‘900) e, infine, di assistere alla maturità totale di Riccardo Mei, il quale ha dimostrato in soli quattro “song” di padroneggiare in modo assoluto testo e musica, e di interpretarne il significato attraverso un utilizzo del microfono e della gestualità da autentico “crooner” di razza (“Il migliore cantante che ci sia, in Italia”: così l’ha presentato Patruno, e noi che lo conosciamo benissimo da anni non possiamo che essere d’accordo).
Ma, detto ciò, considerando anche la composizione del pubblico, in cui erano presenti diverse facce giovani nei tavoli e nelle sedie, resta da capire come, al di là della bravura dei singoli musicisti, questo stile riesca ancora ad ottenere simili consensi. In realtà vale quello che ho sempre pensato: che tra contemporaneo e tradizione non vi è alcuna differenza, perché ciò che conta è la creatività, la poetica, l’onestà intellettuale, valori che vanno oltre i suoni e la tecnica. In sostanza, Lino e il suo gruppo hanno comunicato emozioni perché loro stessi erano i primi a provare, nonostante un congruo passato tanto ricco di questo stile, identici sentimenti.
Da qui parte il mio invito, verso chiunque legga, ad abbandonare un momento il presente e cominciare a cercare la verità in quei dischi che ne hanno documentato i valori imperituri. Ce ne sono tanti, moltissimi, come potete immaginare, ma allo stesso tempo assai difficili da trovare.
Stavolta, provo a segnalarvi questo album del trombonista Louis Nelson, uno dei campioni del jazz di New Orleans (città in cui nacque nel 1902) che soltanto nel 1964 ebbe l’occasione di incidere un primo disco da leader (due, per la verità, perché esiste anche un volume due, logicamente). Sullo sfondo storico del “trad” e della sua rinascita, sono stati scritti libri e saggi a iosa: se voleste capire il jazz al meglio cercate di leggerli, qui la farei troppo lunga! L’originalità della seduta si evince fin dalla formazione, un quartetto senza basso e batteria, molto lontana dalla strumentazione tipica che prevede una front-line composta da tromba (o cornetta), trombone e clarinetto con dietro la normale sezione ritmica. Perciò viene evitato l’aspetto polifonico, magari talvolta eccessivo, ma tanto caratterizzante nel jazz degli esordi, a favore di un marcato apporto solistico, sorretto da precisi ed eleganti contrappunti del pianoforte e da un sostegno, implacabile quanto fantasioso, del banjo. Sia Robichaux sia Sayles sono nomi di notevole importanza nell’ambito specifico, a lungo partner di George Lewis in quel periodo, e offrono una prova superlativa, in particolare direi Sayles nel doppio ruolo di sostegno ritmico e solista a note singole che lascia stupefatti grazie ad un fraseggio tanto lucido quanto dirompente (attenzione a “Yearning”!). Altro fattore di singolarità risiede nel repertorio, formato da ben pochi temi conosciuti, e di conseguenza raramente eseguiti anche dagli stessi protagonisti. Ebbene, in realtà i due fiati non appaiono per nulla spaesati, anzi, il loro apporto è di assoluto livello. Nelson ha avuto una carriera di alti e bassi, ma ugualmente piena di collaborazioni, e la sua personalità stilistica si è modificata nel tempo, passando dalle ruvidezze “tailgate” a sonorità più morbide e melodiose, più vicine a Tommy Dorsey piuttosto che a Kid Ory. Qui dà ampio sfoggio di tali caratteristiche, tale da infondere un ascolto di rara piacevolezza. Lewis (New Orleans, 1900) ha avuto invece migliore fortuna, incontrando un successo totale soprattutto dagli inizi degli anni ’40, quando il New Orleans Revival si impose in tutto il mondo. Grazie a numerosi viaggi all’estero, fino al Giappone (proprio qui, a Tokyo, è avvenuta questa registrazione), e ad una vastissima discografia, George Lewis è riuscito a far conoscere e stimare il suo strumento nella sua accezione primitiva, quella delle parate di strada. Idolatrato da Woody Allen, egli resta uno dei nomi immortali dell’intera storia del jazz. Il produttore del disco racconta, nelle note di copertina, di quanto sia stata libera e feconda questa seduta, in pratica senza una scaletta precisa, con i musicisti che hanno suonato secondo l’estro del momento in un’atmosfera di estremo relax. E il risultato è uno dei più rilevanti esempi della loro arte, da ascoltare ripetutamente senza timore di esaurirne la potenza creativa. Alla fine, mi è balzata in mente una felice definizione uscita dalla penna della grande scrittrice polacca Olga Tokarczuk e che benissimo può essere adattata qui: “la perfezione delle forme imprecise”!
Se siete un po’ stanchi del jazz attuale, se vi sembra eccessivamente freddo e cerebrale, più per addetti ai lavori che per la vostra sensibilità, non abbiate timore a fare un salto nel passato. Troverete lirismo e poesia a tonnellate, e capirete subito che il jazz è nato dalla vita, non nelle aule accademiche, e che recuperare almeno alcuni dei suoi baluardi espressivi (il blues e lo swing) è proprio ciò che serve per garantirgli un futuro.
Massimo Tarabelli