Sauvabellin / Lady Gail / Street of Dreams / Soul City / Easy Living / I Came from Sunday / Centre Ville
Lucky Thompson, sax tenore, sax soprano; Ingfried Hoffman, organo; René Thomas, chitarra; Eberhard Weber, contrabbasso; Stu Martin, batteria; Sadi, vibrafono, percussioni
Nel 1973, poco dopo aver inciso il suo ultimo disco (“I Offer You” per la Groove Merchant, accanto a Cedar Walton, Sam Jones e Louis Hayes), Eli “Lucky” Thompson decide di ritirarsi definitivamente dalla scena. Non ha ancora compiuto cinquanta anni, ma la sua pazienza dice basta. Non ce la fa più a vivere con le discriminazioni razziali di case discografiche e gestori di locali, con una prassi degli spettacoli che lo esclude appena possibile. Lucky scompare, addirittura. C’è chi l’ha visto in Spagna, chi da qualche parte negli Stati Uniti. In realtà si era trasferito prima a Savannah, in Georgia, e poi nella lontana Seattle, è lì infatti che qualche appassionato lo riconosce e si prende cura di lui e della sua salute, ormai minata dal morbo di Alzheimer. Morirà in ospedale, nel 2005, in pratica dimenticato dalle ultime generazioni.
Chissà chi e perché gli aveva affibbiato quel nomignolo! Di fortuna, Lucky, ne ebbe ben poca in carriera. Ma non gli mancarono, tuttavia, i riconoscimenti critici. Tutti i più attenti cultori ne avevano evidenziato gli ampi meriti innovativi, collocando il suo strumento nel percorso Coleman Hawkins e Don Byas, personalissimo nella sonorità vellutata e piena di calore, ma al contempo padrone di uno stile più avanzato, moderno, a sua volta precursore di avventure future. Da giovane registra e suona parecchio, sia da leader (con i suoi “Lucky Seven”, nel 1947, incide per la RCA almeno un brano passato alla storia, “Just One More Chance”) sia come componente di orchestre illustri, da Count Basie a Boyd Raeburn, da Fletcher Henderson a Stan Kenton, e come sideman al fianco di Dizzy Gillespie, Mingus, Bird, Tristano, Monk, Milt Jackson nelle strepitose sedute Savoy del 1956, Quincy Jones, Roland Kirk e molti altri. Tra gli anni ’50 e ’60 si trova di frequente in Europa, specialmente in Francia, dove ha modo di effettuare molte registrazioni con i più quotati musicisti francesi, in primis Martial Solal. Qui la sosta si rivela importante, perché Lucky affronta in modo esaustivo il sassofono soprano, di cui diventa ben presto uno dei massimi esponenti. Per lui il soprano non è, infatti, uno strumento secondario, sussidiario del tenore. Esso deve godere di vita propria, con una peculiare sonorità e attenzione all’intonazione, l’aspetto più difficoltoso da raggiungere. E con la ben nota, puntigliosa, meticolosità, il sassofonista riesce a trovare una sonorità setosa, poetica, altamente caratterizzante, confortata da una tecnica sublime. Sì, possiamo benissimo collocare Thompson tra i massimi sopranisti della storia del jazz, accanto a Sidney Bechet, Bob Wilber e Steve Lacy. Riguardo a quest’ultimo, la cui carriera è sempre stata rivolta soltanto al soprano, mi preme riportare un aneddoto che mi raccontò Alberto Alberti, a conforto della difficoltà costante di mantenere l’intonazione giusta. Terminata la registrazione del disco per solo soprano “Axieme” (Red Record, 1975), Steve volle riascoltare il nastro e si accorse di essere leggermente sotto tonalità: decise subito di risuonarlo per intero!
Nell’album MPS che vi segnalo potrete ascoltare il soprano di Thompson in ben quattro brani su sette, a dimostrazione del peso espressivo che era riuscito a conquistare. “Lady Gail” è emblematico a tal senso. Un tema suggestivo che lascia il segno grazie all’esposizione levigata e affascinante di uno strumento ideale per le ballad e i tempi medi. Quando Thompson tornerà negli Stati Uniti sfornerà altri dischi, sempre con ritmiche diverse, ma nessuno a questo livello di varietà e felicità espressiva. “In Europe” ci mostra il lato compositivo di Thompson e l’abituale altissimo grado d’improvvisazione negli standard, ma la differenza risiede nella riuscitissima simbiosi con la sezione ritmica, musicisti europei che evidentemente hanno subito trovato un terreno comune con il leader d’oltreoceano. Va da sé che particolare attenzione deve essere rivolta all’operato di René Thomas, uno dei più grandi chitarristi del vecchio continente (idolo di Franco Cerri e Sonny Rollins, solo per citare due nomi ben noti a tutti) che qui mette in mostra assoli uno più bello dell’altro dimostrando classe e gusto pari a quelli di Thompson. Sottolineo, infine, la presenza del percussionista e vibrafonista belga “Fats” Sadi, sottovalutato – tanto per cambiare – padrone di uno swing roccioso e implacabile, come appare in tutti i dischi in cui è possibile ascoltarlo, quelli con la Clarke-Boland Big Band in testa.
Lucky Thompson non ebbe mai l’opportunità, anche economica, di mantenere un complesso stabile. Ciò gli avrebbe permesso di sviluppare meglio il suo enorme potenziale, pur tuttavia ciò che ci ha lasciato basta e avanza per collocarlo tra i più grandi di sempre. Anche a dispetto, e forse proprio per quello, di un carattere poco accomodante e molto esigente, in particolare dai suoi accompagnatori (Ronnie Scott, nel libro “Il blues è uno dei miei migliori amici” lo descrive come uno degli ospiti più rognosi del suo club, alla pari del mentore Don Byas). Perfezionismo, integrità, onestà sono valori che si dovrebbero sempre tener conto, a ogni livello critico e storico. Lucky Thompson li possedeva tutti.
Massimo Tarabelli