“I Remember You…” MJT + 3 “Make Everybody Happy” – Vee Jay (1960; LP)

Make Everybody Happy / The Trolley Song / Sweet Silver / Don’t Get Around Much Anymore / My Buddy / Richie’s Dilemma / Love Letters

Willie Thomas, tromba; Frank Strozier, sax alto; Harold Mabern, pianoforte; Bob Cranshaw, contrabbasso; Walter Perkins, batteria

Ebbe vita molto breve questo mirabile quintetto dal nome così criptico da risultare evidentemente indigesto alla maggioranza dei jazzofili. MJT stava per Modern Jazz Two, e si riferiva alla costante presenza dei due fondatori, il batterista Walter Perkins e il bassista Bob Cranshaw, entrambi di Chicago e animati dalla volontà di mettere in piedi un gruppo che annoverasse tra le sue fila altre tre musicisti di quell’area. La prima uscita della formazione risale al 1957, per l’etichetta Argo, e comprendeva Paul Serrano alla tromba, Nicky Hill al sax tenore e, addirittura, Muhal Richard Abrams al pianoforte (che poi, come si sa, divenne uno dei massimi ispiratori della corrente avanguardista facente capo alla AACM), poi dal 1959 al ’60 il gruppo si stabilizzò con l’ingresso dei tre giovani descritti nel titolo, tutti nell’orbita musicale della “Città del vento”. Il credo di Perkins e Cranshaw era chiaro: jazz moderno con palesi agganci alla tradizione, ma freschezza assoluta negli arrangiamenti, improntati sulla combinazione di relax e swing, su assoli mai troppo derivativi e su un apporto compositivo originale paritario, se non più rilevante, rispetto agli standard.
Tali prerogative vengono rispettate al massimo in questo disco, il loro terzo (ne seguirà soltanto un altro, sempre del 1960 e sempre per la Vee Jay, piuttosto attiva in quel periodo). La front line è di sicuro più interessante e coinvolgente rispetto alla precedente. Thomas aveva un passato con Woody Herman e nel sestetto del sassofonista Al Belletto, quindi poco in evidenza, ma in questo contesto ha modo di esprimere al meglio tutto il suo potenziale, basato su una sonorità morbida e uno stile verso più direzioni, da Booker Little a Freddie Hubbard. La sua capacità di relazionarsi con l’altro fiato e di mettere in piedi degli unisoni, in particolare nell’esposizione tematica, è di assoluto livello, ed è un peccato che non sia riuscito, in seguito, a confermarsi. In effetti, dopo gli anni ’60, di lui si sono perse le tracce, continuando a svolgere soltanto un’attività di session-man e didattica (è mancato poco tempo fa, nel 2019). Molto di più ha combinato Strozier, veramente la punta di diamante del complesso. A soli ventitré anni, il sassofonista stava andando oltre Parker e McLean, evitando asperità e intonazioni al limite a favore dell’eleganza, della morbidezza e della fluidità del fraseggio, al servizio assiduo della melodia e di un approccio ritmico e armonico del tutto peculiare. Figura di riferimento per molti musicisti, ben raramente presente nelle cronache e nei concerti (per fortuna non ci perdemmo la sua fugace, memorabile, apparizione in una lontana edizione di Umbria Jazz) ma stimato in massima parte degli addetti ai lavori (“E’ il mio sassofonista preferito in assoluto”, mi disse senza pensarci due volte Joe LaBarbera), Frank Strozier è musicista di culto, a cui le pochissime sedute da leader hanno sollecitato un alone di mistero impenetrabile. Cercate senza indugio almeno i dischi in cui appare da eccelso comprimario, con McCoy Tyner, Chet Baker, Oliver Nelson, Woody Shaw, George Coleman, almeno fino al termine del decennio successivo.
La sezione ritmica è ben nota a tutti, grazie a una produzione discografica e concertistica copiosa, a parte Walter Perkins, che non mi è mai capitato di vedere dal vivo in Italia e all’estero. Eppure, si trattava di uno dei grandi, basta solo accennare le collaborazioni con Ahmad Jamal, Coleman Hawkins, Jim Hall, Carmen McRae, Gene Ammons, Gigi Gryce, Montgomery Brothers, Roland Kirk, Art Farmer, Dave Pike, Booker Ervin, Charles Mingus e potrei continuare.
Tornando al disco in questione, ribadito il piacere di ascolto grazie alla diversità di situazioni e alla continua creatività, mi piace sottolineare l’eccellenza di “The Trolley Song”, canzone resa famosa da Judy Garland nel film “Meet Me in St. Louis” del 1944, con la regia di Vincent Minnelli. Negli oltre dodici minuti di esecuzione, tutti i solisti coinvolti danno il meglio delle loro possibilità, riuscendo a trasformare un semplice tema in qualcosa di imperitura bellezza.
Non direi che siamo di fronte ad un quintetto leggendario, come enfaticamente recita la copertina di un CD della Koch Jazz uscito nel 2000 e comprendente brani inediti. Ma, di sicuro, esemplare per rispetto reciproco e unità d’intenti. “Sembrano cinque fratelli”, commentò il critico jazz Ralph J. Gleason dopo aver ascoltato un loro disco: non si può che essere d’accordo.

Massimo Tarabelli

P.S.: se non volete svenarvi nel trovare la prima edizione (o anche la ristampa giapponese) del disco “Daddy-O Presents MJT+3” su Argo, rintracciate il CD di Paul Serrano “Blues Holiday” per la spagnola Fresh Sound: è accluso per intero come bonus!

Condividi sui social

Post a comment

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
event

Articoli Recenti