I Remember You: ONZY MATTHEWS “Blues With a Touch of Elegance” – Capitol (1964; LP)

Blues With a Touch of Elegance /Flamingo /Pensive /Feels Like I’ve Got the Blues /Dallas Blues / Somethin’s Cookin’ /I Should Care /Blues Non-Stop /I Cover the Waterfront /Satin Doll

Onzy Matthews, pianoforte, arrangiamenti; Bobby Bryant, Bud Brisbois, Bob Rolfe, Dalton Smith, Fred Hill, trombe; Horace Tapscott, Lou Blackburn, Richard Hyde, Ronald Smith, tromboni; Curtis Amy, Clifford Solomon, Clifford Scott, Jai Migliori, Sydney Miller, Joe Maini, sassofoni; Ray Crawford, chitarra; Jim Crutcher, contrabbasso; Chiz Harris, batteria

Per chi ama il jazz, ed è solito comprare dischi (magari è anche un po’ compulsivo…), basterebbe soltanto il titolo per giustificarne l’acquisto. In realtà, dietro parole così allettanti si cela un pianista e, soprattutto, un arrangiatore tutto da scoprire. La carriera di Onzy Matthews è emblematica riguardo ai tanti problemi che un musicista di colore finiva ad avere nella realtà razzista americana tra gli anni ’50 e ’60; problemi che gli hanno impedito di mantenere a lungo la sua orchestra formata per buona parte (troppa, dicevano!) da strumentisti neri, negandogli la possibilità di effettuare concerti e tournee. Per questo Onzy preferì un lavoro di retrovie, forte di un contratto che la Capitol gli fornì agli inizi del 1961, e che lo fece lavorare in studio, in particolare al fianco di Lou Rawls, e di incidere un paio di LP sotto suo nome, uno dei quali è proprio quello di cui vi sto parlando. In seguito, ebbe incarichi di arrangiatore da Ray Charles, Esther Phillips (“Confessin’ The Blues”, il suo album più famoso), Herb Alpert, Earl Hines e numerosi altri. In precedenza, le sue collaborazioni erano state con Dexter Gordon, Curtis Amy, Les McCann ed era diventato un nome di rilievo nella scena West Coast. La sua scrittura tradiva influenze disparate, da Duke Ellington a Stan Kenton, non tralasciando Gerald Wilson e Oliver Nelson, ma all’ascolto di oggi tali ispirazioni appaiono soltanto basi per idee nuove e pregnanti, capaci di lasciare un segno. Di ciò ne avvertivano in primo luogo i solisti, spronati a dare il meglio delle loro capacità. A leggerne i nomi è chiaro che siamo di fronte a seconde linee, nessuno di loro è stato un fuoriclasse dello strumento, ma per carriere ed esperienza conoscevano il linguaggio come pochi, e infatti parecchie risulteranno le partecipazioni future. Vediamoli brevemente da vicino. Bud Brisbois, impegnato in una rilettura up-tempo di “Flamingo”, ballad resa famosa da Ellington grazie all’apporto vocale del grande baritono Herb Jeffries, ha suonato a lungo con Kenton, e poi Henry Mancini, Johnny Hartman, Bud Shank e Milt Jackson, e qui si scatena in quei sovracuti tanto cari a Maynard Ferguson; Clifford Scott, presente in sedute con Lionel Hampton, Joe Pass, Les McCann, Gil Fuller e Della Reese, offre un assolo così accorato in “Pensive”, che potrebbe essere utilizzato come colonna sonora di un film noir; Bobby Bryant si legge spesso nella sezione trombe di gruppi e orchestre guidate da Johnny Griffin, Charles Mingus (“At Monterey”), Gerald Wilson, Oliver Nelson, Cal Tjader, Thelonious Monk e Horace Silver, ma qui finalmente si ritaglia uno spazio di rilievo in “Feels Like” e “Somethin’s Cookin’” degno del massimo interesse; Curtis Amy, forse il più noto di tutti grazie ad alcuni dischi pregevoli da leader per la Pacific Jazz, affronta “I Should Care” con un fraseggio ed una sonorità al soprano vicini al miglior Lucky Thompson, mentre nella perfetta chiusura di “Satin Doll” riprende in mano il tenore ed è esemplare nella ricerca di un relax mai privo di un forte blues feeling; Clifford Solomon è tenorista robusto di ben pochi fronzoli il cui nome appare accanto a giganti come Art Farmer, Clifford Brown nelle incisioni parigine, Annie Ross, ma anche bluesmen di grana un po’ grossa come Johnny Otis e l’inglese John Mayall: non poteva che essere suo “Blues Non-Stop”; infine, la ballad “I Cover the Waterfront” è vetrina per il meraviglioso trombone sordinato di Lou Blackburn, veterano strumentista utilizzato da Ellington, Chico Hamilton e Mingus nel già citato disco registrato a Monterey.
Un vinile, quindi, che si ascolta tutto d’un fiato, anche perché registrato in modo impeccabile, e che rappresenta un documento necessario per capire meglio cosa è stato il jazz californiano, troppo bistrattato nel continuo confronto – a mio sommesso parere alquanto sterile – con il jazz della costa est degli Stati Uniti. Da tempo fuori catalogo, si può trovare nell’usato e, volendo approfondire, si può optare per il box di tre cd della Mosaic (serie Select) comprendente i due titoli da leader e parecchi inediti.
Appunto: per chi ama il jazz!

Massimo Tarabelli

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