“I Remember You…” RED RODNEY “Live at the Village Vanguard – Feat. Ira Sullivan” (Muse, 1980; LP)

Lodgellian Mode / A Time For Love / Mr. Oliver / What Can We Do / Come Home To Bed / Blues in the Guts
 
Red Rodney, tromba, flicorno; Ira Sullivan, ance, flauto, flicorno; Garry Dial, pianoforte; Paul Berner, contrabbasso; Tom Whaley, batteria

Chi si interessa di jazz conosce benissimo Red Rodney, soprattutto per i suoi trascorsi con Charlie Parker, dagli ultimi anni ’40 (quando sostituì Kenny Dorham nel quintetto) fino alla morte del geniale altosassofonista (1955).  La sua figura resta immortalata anche grazie al film “Bird” di Clint Eastwood, in cui svolge un ruolo importante, e persino divertente (il sassofonista lo presentava come nero albino durante i tour nel sud razzista degli USA, e gli riservava sempre un momento di canto in sgangherati blues). Allo stesso tempo, credo che ben poco rimanga nell’immaginario riguardo la sua carriera al di fuori di simile esperienza, ed è un peccato perché Red fu trombettista di primaria impostazione bop, creativo e personale, autore di dischi sempre godibili e “straight ahead”, tanto per intenderci. Ma, come si dice, ciascuno raccoglie quello che semina, e i suoi comportamenti di vita, legati a continui usi di droghe pesanti, gli procurarono frequenti arresti e detenzioni. Mettiamoci pure una dentatura devastata, che lo tenne lontano dalle scene per anni, un’esistenza talmente nell’ombra che nel 1970 venne dato per morto, e così si spiegano molte cose. Eppure, il nostro non si è mai perso d’animo e ha ricominciato sempre con maggiore slancio e volontà di imporsi. Ne fa fede, in particolare, la collaborazione che mise in piedi con il pluristrumentista Ira Sullivan a inizio anni ’80. Il disco di cui vi parlo è uno dei tre registrati negli stessi giorni presso il leggendario Village Vanguard di New York ed è indicativo di come Red si sia posto nel confronto dell’attualità. Le note di copertina, da lui stesso redatte, parlano chiaro: “Sono molto contento di essere un sopravvissuto e di celebrare nel 1980 il mio trentacinquesimo anno di attività come musicista jazz. Dopo aver superato i problemi dentali che mi hanno afflitto negli anni precedenti, sono determinato ad associarmi al jazz di oggi legandomi a giovani musicisti che sappiano muoversi e rinfrescare la mia musica”. I giovani appartengono alla sezione ritmica, piuttosto che a Sullivan, veterano della scena di Chicago dal talento smisurato e sottovalutato oltre il lecito. Ma, a leggere la scaletta, giovane (poco più che trentenne) era anche l’autore di ben tre brani su sei, il trombettista Jack Walrath, componente nonché direttore musicale dei gruppi di Charles Mingus lungo tutti gli anni ’70. Walrath affida al quintetto carte impegnative che combinano il bop con strutture modali e altre influenze del momento, proprio quello che Red desiderava. A portare i giusti colori alla musica pensano lui, tromba e flicorno, e il poliedrico, quanto fantasioso, Sullivan, diviso tra i sassofoni tenore e soprano, il flauto e il flicorno, in grado perciò di dar vita a duetti sorprendenti e di estremo interesse. Chi convince maggiormente, tra i ritmi, è il pianista Garry Dial, che Red vorrà accanto a sé per tutti gli anni futuri di vita (ci lasciò nel 1994). Invece il sodalizio con Ira Sullivan durerà molto meno, un paio d’anni appena, ma in questo arco di tempo l’unione darà frutti ancora più maturi, basta pensare che i due diventano co-leader di un quintetto tra i massimi sulla scena del jazz, a cui apre le porte addirittura la potente Elektra-Musician. Per quanto mi riguarda, li inserisco in quell’agguerrito pugno di musicisti che nobilitarono al massimo gli anni ’80, restituendo al jazz una dimensione acustica altrimenti perduta (penso ai quartetti di Dexter Gordon, Stan Getz e Art Pepper, al quintetto di Woody Shaw, al quartetto Sphere, al quintetto di Wynton Marsalis, agli eterni Jazz Messengers di Art Blakey, e di sicuro ne dimentico altri).
In seguito, Red Rodney tornerà nella zona più confortevole del be-bop e di unioni prestigiose con Lee Konitz, Charlie Rouse e Clifford Jordan, ma i suoi dischi da leader non saranno mai copie ripetitive, tutt’altro, lo dimostra ampiamente la presenza di giovani partner come i sassofonisti Dick Oatts e Chris Potter. Fu un vero jazzista, insomma, sempre con il sorriso al di là di tutte le traversie, che ebbe la fortuna di incontrare un gigante come Parker ed imparare sul campo i segreti di questo linguaggio. Non poteva rinunciare a trasmetterli a chi gli rimase vicino.

Massimo Tarabelli

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