Splanky / Soak Yo’ Sally / A-Leu-Cha / Riffs For Rosy / Caravan / Take The “A” Train / Doodlin’ /
Willow Weep For Me / Blue ‘N Boogie / Richard Diamond’s Blues
Pete Candoli, Conte Candoli, tromba; Jimmy Rowles, pianoforte; Howard Roberts, chitarra;
Max Bennett, contrabbasso; Frank Capp, batteria
Nel proliferare incessante di stili, musicisti e tendenze, durante il periodo che va, grosso modo, dagli anni ’40 agli anni ’60, il duo formato dai fratelli Candoli rappresentò un qualcosa di unico, dall’impostazione timbrica del tutto originale. Un piccolo gruppo guidato da due trombettisti evitava la formula del quintetto classico con sax e tromba, o trombone, per puntare su un suono d’insieme più ricco e omogeneo, figlio di un condiviso orizzonte espressivo. Visti più da vicino, Pete (vero nome Primo, poi soprannominato “Superman”) era il maggiore dei due e fu il primo ad insegnare a Conte (vero nome Secondo) i rudimenti dello strumento. Se entrambi avevano una visione similare del jazz, possedevano in realtà caratteristiche diverse. Pete si rivelò solista discreto, nulla più, ma eccelso lettore di partiture, arrangiatore e sopraffino tecnico, tanto da esplorare gli acuti con facilità irrisoria (da qui il nomignolo di supereroe). Conte fu, al contrario, eccellente solista, dalla fantasia fervida al servizio di uno stile scintillante, che molto doveva al suo principale ispiratore, Dizzy Gillespie. Se Pete ha legato la sua fama al lavoro in orchestra e a colonne sonore di film e televisione, Conte è stato protagonista di innumerevoli dischi e di altrettanto formazioni, musicisti italiani inclusi (lo splendido “Conversation”, inciso per la RCA nel 1973, accanto a Frank Rosolino, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso e Gegè Munari). Veramente impressionante l’elenco di big band e complessi in cui i due hanno suonato, separati o insieme, da Stan Kenton a Woody Herman, e poi Quincy Jones, Henry Mancini, Pete Rugolo, Shorty Rogers, Gerry Mulligan, Ella Fitzgerald, Peggy Lee, Anita O’Day, insomma non voglio tediarvi sciorinando ulteriori nomi, ma la scena jazzistica americana del periodo, in particolare quella west-coast, li ha visti protagonisti a lungo. Lo sbocco dei “Candoli Brothers” fu così del tutto naturale. Il loro principale marchio di fabbrica, ciò che li rendeva immediatamente riconoscibili, risiedeva nell’unisono perfetto dell’esposizione tematica con trombe sordinate, di grande godibilità.
In “Jazzin’ Around” ne avrete cospicua prova. Come avete letto ci sono standard e originali di Pete a rendere quanto mai viva la volontà di fare dello swing il riferimento più importante, a cui non manca un supporto di arrangiamenti magari semplici, ma efficaci nel rendere il tutto più fresco e stimolante. Ne sono prova evidente “Splanky”, tema che Neal Hefti scrisse appositamente per la band di Count Basie, “A-Leu Cha” di Parker, “Doodlin’” di Horace Silver e “Blue ‘N Boogie” di Dizzy Gillespie, che non poteva mancare. Anche i temi ellingtoniani sono affrontati in modo insolito, con frequenti cambi di sordine, giri dei solisti, e spazio per tutti, a cominciare da quel fuoriclasse di Jimmy Rowles. Da ultimo, “Richard Diamond’s Blues” è un brano tratto dalla colonna sonora, composta da Pete Rugolo, della serie poliziesca televisiva “Richard Diamond”, a cui Pete Candoli partecipò, e che ci ricorda come l’attività in studio sia stata fondamentale per la sua carriera. Di passata, potrete trovare l’intero “soundtrack” nel prezioso box di 8 CD della Moochin About “Jazz on Film… Crime Jazz”.
Nonostante le centinaia di dischi registrati individualmente, “The Candoli Brothers” ne hanno incisi appena sette, stando alle discografie, di cui uno è la colonna sonora del film “Bell, Book and Candle” di Richard Quine del 1958 (in Italia “Una strega in paradiso”, con James Stewart e Kim Novak), in cui il gruppo appare spesso come stanziale in un night club, accanto ad un improbabile Jack Lemmon ai bongos. L’ultimo disco del duo risale al 1982 per l’etichetta giapponese Atlas, ma da separati le loro trombe continuarono a squillare a lungo. Conte ci lasciò nel 2001 e Pete qualche anno dopo, nel 2007, eppure la storia li aveva già da tempo indicati come tra i massimi esponenti del jazz della costa ovest degli Stati Uniti, esemplari per classe e disponibilità, ammirati e rispettati da tutti.
Controllate la vostra discoteca, perché non possono mancare, neanche da soli.
Massimo Tarabelli