Nel contesto culturale di Oeiras, a due passi da Lisbona e da Cascais, presso l’Auditório Municipal Ruy de Carvalho, il Festival Jazz di Oeiras 2026 IIa edizione, ha proposto un cartellone articolato e coerente, capace di intrecciare grandi nomi internazionali, scena portoghese, momenti formativi e proposte per nuovi pubblici.
La direzione artistica, affidata a Clavenamao – raffinato trocadilho tra chave na mão (“chiavi in mano”) e clave, chiave musicale – un nome che già racchiude un manifesto: rigore, armonia, progettualità su misura – nella persona di Sérgio Machado Letria (anche direttore della Fundação José Saramago), curatore illuminato, si conferma una delle più lucide e coerenti nel panorama portoghese: competenza storica, apertura alle avanguardie e una costante attenzione alla dimensione umana dell’esperienza musicale, È questa coerenza – più ancora dei singoli nomi – a definire la forza della direzione artistica: un festival non costruito per accumulo, ma per relazione.
Non ho potuto assistere a tutti i concerti in cartellone (che trascrivo in fondo) ma solo a quelli a seguire:
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18 febbraio
Il quartetto formato da Sara Dowling (voce, violoncello e composizione), Clara Lacerda (piano e composizione), Romeu Tristão (contrabbasso) e Jorge Rossy (batteria) ha inaugurato il festival con una proposta di grande eleganza formale.
Con Sara e il suo compagno Dario di Lecce (contrabbassista) avevo preso contatti per alcuni concerti in Italia quando erano residenti a Londra (ora vivono a Valencia in Spagna) ma non se ne fece nulla. Dotata di una sensibilità artistica profondamente cosmopolita, Sara Dowling porta in sé il retaggio di un background multiculturale, segnato dalle origini irlandesi del padre e da quelle palestinesi della madre e il brano da lei composto e presentato lo rappresenta fortemente.
Romeu Tristão è una ‘vecchia conoscenza’; ha partecipato alla edizione del 2018 dell’Ancona Jazz Summer Festival nel quartetto di Ricardo Toscano, con il quale ha anche inciso il vinile “What’s New” per la GoFour Records. Recentemente dirige il ‘Tavola’, jazz club di Lisbona che, nell’attesa della riapertura del mitico Hot Clube, ne sta facendo le veci. La scrittura di Clara Lacerda, fin dal brano iniziale per quartetto con violoncello, ha mostrato una sensibilità cameristica: linee essenziali, dinamiche controllate, grande attenzione allo spazio sonoro.La conoscevo in ambiti diversi e mi ha fatto una eccellente impressione per la sintonia con la serata e l’interplay con Sara e quell’intelligente, creativo, dinamico e capace di grande propulsione swing che è Jorge Rossy (ospite di AJ con Brad Mehldau nel 2003 e con Pietro Tonolo “Passport” nel 2017)
Tra standard (I Hear a Rhapsody, My Favorite Things), omaggi brasiliani (Estrada Branca di Antônio Carlos Jobim, Outono di Rosa Passos), riletture colte (Open the Door, resa celebre da Betty Carter) e composizioni originali (Our Marches Aren’t Parades), il concerto ha alternato lirismo e tensione narrativa, sempre sostenuto dall’ascolto reciproco e
L’encore, The Party’s Over, ha chiuso in una atmosfera sospesa, un “a rivederci” malinconico.
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22 febbraio
Il concerto “A Idade do Jazz” – una novità nel programma di questo Festival – si inseriva esplicitamente in un contesto di creazione di nuovi pubblici, e in una versione pomeridiana, commentato per famiglie.
‘The Jazz Age” con la guida narrativa dell’attrice Isabel Ruth che ha contestualizzato con precisione storica e sensibilità teatrale ogni brano, la scaletta ha attraversato epoche e stili, da Fascinating Rhythm a Ain’t Misbehavin’, da Billie’s Bounce a So What, fino a Garota de Ipanema, Lady Be Good e Cheek to Cheek; decenni di storia del jazz, alternando swing, bebop, cool jazz e bossa nova e ricreando l’atmosfera dei Jazz club.
La dimensione divulgativa non ha sacrificato la qualità musicale: al contrario, l’interazione tra narrazione, danza e arrangiamenti ha reso il concerto un efficace esempio di educazione all’ascolto in un format divulgativo ma musicalmente solido
Il gruppo composto da Bruno Santos, chitarra (e banjo in un brano) e – sapiente – direzione musicale; Margarida Campelo, pianoforte, voce; Zé Maria, sassofono tenore; Romeu Tristão, contrabbasso; João Ribeiro, batteria e voce (!) e dai ballerini Lamia Berki e Saïd Bouhamara ha svolto egregiamente il compito,
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27 febbraio
Il concerto del trio di Andy Sheppard, con Rita Marcotulli e Michel Benita, ha rappresentato senza dubbio il vertice musicale del festival. Il sassofonista britannico (da tempo residente in Portogallo nella splendida Ericeira) ha guidato la formazione attraverso un repertorio di composizioni originali – fatta eccezione per il bis – che hanno rivelato un’estetica essenziale, ma sorretta da un rigore strutturale impeccabile.
Andy Sheppard ha confermato la sua capacità di far “cantare” il sax tenore e soprano con un lirismo mai lezioso, bilanciando sapientemente lo spazio tra la melodia pura e l’astrazione. È straordinaria la costruzione dell’interplay con i compagni di viaggio: un dialogo costante dove i numerosi passaggi all’unisono tra sax e pianoforte, sax e contrabbasso, o contrabbasso e pianoforte, non sono mai apparsi come esercizi di stile, ma come necessità espressive condivise.
Rita Marcotulli ha svolto un ruolo centrale nella definizione dell’architettura sonora: i suoi voicing limpidi, l’uso sapiente delle sospensioni e, soprattutto, una gestione magistrale del silenzio hanno trasformato ogni brano in una costruzione dinamica in continua espansione. La pianista romana più volte ospite di AJ da ultimo in duo con Paolo Fresu e presente nel vinile dedicato a Dewey Redman del cui quartetto ha fatto parte per quindici anni (per la GoFour records con Martin Wind e Matt Wilson) ha emozionato il pubblico per la profondità dei suoi solo e nell’accompagnamento armonico.
A fare da solido e sensibile perno a questa architettura è stato il contrabbassista Michel Benita. Con il suo tocco profondo e preciso, Benita non si è limitato a sostenere il ritmo, ma ha ricamato trame timbriche essenziali, garantendo al trio quella fluidità necessaria affinché il suono si muovesse come un corpo unico. La sua interazione con Sheppard e Marcotulli ha trasformato il palco in un laboratorio di rara intesa.
Il bis, un omaggio a Carla Bley, ha salutato il pubblico con quel mix di sottile ironia e intelligenza armonica che ha caratterizzato l’intera serata. Al termine, l’abbraccio affettuoso con Rita Marcotulli dietro le quinte ha chiuso, con la naturalezza dei grandi maestri, uno degli appuntamenti più alti e memorabili di questa edizione.
Anche considerando i concerti ai quali non ho potuto assistere, il Festival Jazz di Oeiras 2026 si è rivelato un progetto organico dove emerge chiaramente la costruzione di un percorso: vocalità internazionale, nuova generazione, nomi affermati, formazione e trasmissione del sapere (masterclass), dialogo tra jazz e musica colta portoghese (Pinho Vargas), fino alla chiusura con un progetto collettivo come Mosaïc.
Il programma dell’edizione 2026 ha previsto:
• 18 Feb – 21h30 | Sara Dowling, Clara Lacerda, Romeu Tristão e Jorge Rossy
• 19 Feb – 21h30 | Rebecca Martin & Lage Lund
• 20 Feb – 15h | Masterclass di Tineke Postma (in sostituzione di David Binney)
• 21 Feb – 21h30 | Aperture – João Barradas Trio guest Tineke Postma (per David Binney)
• 22 Feb – 18h | Concerto commentato per famiglie: A Idade do Jazz
• 26 Feb – 21h30 | As Folhas Novas Mudam de Cor – La musica di António Pinho Vargas
• 27 Feb – 21h30 | Andy Sheppard Trio
• 28 Feb – 21h30 | Mosaïc
Giancarlo Di Napoli