Vedere Fred Hersch in piano solo è un’esperienza che riconcilia con l’essenza più pura della musica. Lo scorso 7 maggio, nel silenzio quasi religioso del teatro Recreios de Amadora, il pianista di Cincinnati ha offerto un saggio di rara maestria, trasformando il palco in un laboratorio di architettura sonora ed emozione.
La serata è stata anche un viaggio nella memoria. Infatti, sono andato a cercare quando un giovanissimo Hersch apparve ad Ancona Jazz nel quartetto di Toots Thielemans per un memorabile concerto al Teatro Sperimentale. In quel lontano 1987 (!), già si intuiva una sensibilità fuori dal comune, ma ritrovarlo oggi ad Amadora significa confrontarsi con un artista che ha elevato il suo stile a una profondità filosofica nuova e accumulato esperienza ed esperienze più disparate.
La scaletta è stata un equilibrio perfetto tra composizioni originali, come l’evocativa “The Surrounding Green” o l’affettuosa “Down Home” dedicata a Bill Frisell, e una attenta scelta e rilettura colta di grandi standard americani e non solo. Hersch ha esplorato l’universo di Billy Strayhorn con Star Crossed Lovers e U.M.M.G. e si è immerso nella saudade di Jobim (Olha Maria e Briga Nunca Mais), evitando ogni cliché per cercare invece l’anima nascosta di quelle melodie.
Due momenti, in particolare, mi hanno toccato profondamente.
La lettura di “Don’t Blame Me” è stata una lezione di lirismo, dove il tempo sembrava sospeso. Ma è stato con “The Peacocks” che l’emozione si è fatta tangibile. Stan Getz ha inciso la versione definitiva di questo brano nel 1975 per l’album intitolato proprio The Peacocks, e in quell’occasione il pianista era l’autore del brano stesso, Jimmy Rowles. Un brano che Hersch ha nel DNA, (ricordo una splendida versione in duo con Anat Cohen).
Il finale è stato un omaggio alla storia del jazz via Thelonious Monk, con una versione magistrale di ‘Round Midnight sfociata in una fulminea citazione di Well You Needn’t.
Standing ovation e richiesta di bis che sommessamente il pianista concede con una sorprendente versione di una pop song anni ’90 di Billy Joel, trasfigurata dalla sensibilità di Hersch fino a diventare materiale nobile per l’improvvisazione.
In questa serata portoghese, Fred Hersch ha dimostrato ancora una volta che la sua musica non è solo tecnica o repertorio, ma un filo ininterrotto che lega il passato glorioso del jazz a un presente di assoluta, commovente bellezza.
Giancarlo Di Napoli